Il cloud computing sta guadagnando i consensi degli analisti e viene implementato in un crescente numero di ambiti operativi. Ma è davvero tutto oro quello che luccica? E i nostri dati, poi, dove stanno e di chi sono realmente?
La storia e le idee tendono a ripetersi spesso. E con esse, pur se
lungo cicli temporali meno ampi, anche le mode e le tendenze che
caratterizzano ogni momento della nostra esistenza. Neppure
l'informatica sfugge a questa legge, come possono ben testimoniare i
più anziani tra gli addetti ai lavori.
È curioso infatti osservare come molti paradigmi già adottati nel
passato e ritenuti quindi superati tornino dopo qualche tempo a
riproporsi, rinnovando il successo di un tempo o magari addirittura
ottenendo per la prima volta quel successo che all'epoca della loro
originaria comparsa non ebbero modo per vari motivi di cogliere. Un
esempio è il recente fenomeno del cosiddetto "cloud computing" che, pur
essendo tecnicamente ancora non del tutto consolidato, sembra già
avviato a divenire il riferimento del decennio prossimo
venturo. Esso, infatti, non è un'idea originale bensì l'evoluzione di
concetti e proposte che possono essere fatti risalire ad almeno una
quindicina d'anni fa. Oggigiorno il paradigma della nuvola sembra
avviato ad un rapido ed importante successo: ad esempio, secondo gli
analisti di IDC il mercato dei servizi legati al "cloud computing"
raggiungerà il volume d'affari di oltre 40 miliardi di dollari entro il
2013. Ma c'è da domandarsi: è davvero tutto oro quello che riluce?
Cos'è il cloud computing?
Una differenza concettuale tra i modelli di clud computing - Saas, IaaS
e PaaS - ed altri paradigmi di calcolo distribuiti (quale ad esempio il
grid computing) è che mentre questi ultimi sono sostanzialmente statici
in termini di allocazione delle risorse, il "cloud" è fortemente
dinamico o, come si dice nel gergo del settore, "elastico":
l'utilizzatore dei servizi può infatti dinamicamente allocare nella
nuvola un numero più o meno consistente di risorse in funzione delle
sue esigenze momentanee, utilizzando di fatto la nuvola anche come
"buffer" o "tampone" su cui scaricare alla bisogna parte delle proprie
attività. Le risorse di calcolo e di infrastruttura fornite dalla
nuvola sono "da qualche parte" all'interno della nuvola stessa, e
l'utilizzatore non deve preoccuparsi di dove siano e come siano
realizzate. L'utente può governare le sue risorse virtuali invocando
appositi servizi standardizzati, che gli consentono di svolgere tutte
le operazioni necessarie alla loro gestione.
Ma... i miei dati?
Il modello concettuale della nuvola prevede, ovviamente, che anche i
dati dell'utente, oltre che le sue piattaforme e le sue applicazioni,
risiedano "da qualche parte" all'interno della nuvola. Dove stanno e
come sono memorizzati non si sa e non è neppure necessario saperlo.
Questo è in effetti uno dei maggiori problemi filosofici posti dal
modello "cloud": l'utente deve delegare alla nuvola non solo la
gestione dell'infrastruttura e delle applicazioni ma anche la tenuta
dei suoi dati, il che comporta il dover riporre una incondizionata
fiducia verso la nuvola stessa (o meglio, verso il proprietario e
gestore della medesima) in termini non solo di affidabilità sul piano
tecnologico ma anche e soprattutto di lealtà su quello
operativo/gestionale. E sono in molti a chiedersi se, con i tempi che
corrono, questa assunzione sia davvero accettabile. Per potersi fidare
della nuvola tanto da affidarle il proprio core business è chiaro
infatti che essa deve garantire all'utente la sicurezza dei dati che
egli le consegna in "amministrazione delegata". Tale sicurezza, come
sappiamo, si può declinare lungo i tre assi fondamentali della
integrità, della disponibilità e della riservatezza. Dire che ci si può
fidare della nuvola significa quindi dire che essa offre elevati
livelli di tutela per ciascuna di queste tre proprietà fondamentali. Ma
è proprio vero e possibile?
L'affidabilità tecnologica
Incominciamo innanzitutto a separare i due aspetti fondamentali del
problema, ossia l'affidabilità tecnologica dalla lealtà
comportamentale. Sono entrambi importanti ma riguardano sfere di
operatività diverse e necessitano quindi di considerazioni differenti.
Per quanto riguarda gli aspetti tecnologici, non sono pochi coloro che
si sentono a disagio sapendo che i propri dati sono "lì da qualche
parte" ma non si sa bene dove, e soprattutto che per riottenerli devono
dipendere dal buon funzionamento di una serie di strumenti
d'intermediazione del tutto opachi e sui quali non esercitano alcun
reale controllo. La crescente complessità delle reti ha purtroppo
dimostrato più volte negli ultimi anni la fragilità intrinseca dei
sistemi di connettività globale: accettare di dipendere da essi non
solo per le comunicazioni ordinarie ma anche per ogni attività di
elaborazione su dati che concettualmente sarebbero "locali" sembra a
molti un rischio ingiustificato. A questo proposito risale a sole poche
settimane fa un caso piuttosto eclatante che riguarda proprio un
servizio di memorizzazione "in the cloud", il quale ha suscitato molte
polemiche tra gli utilizzatori ed ha avuto una eco non indifferente
anche sui media specializzati. Parliamo dell'incidente in seguito al
quale molte migliaia di utenti di Sidekick, uno smartphone prodotto da
Danger Incorporated (azienda acquisita da Microsoft nel 2008), hanno
perso irreparabilmente tutti i dati memorizzati nei loro dispo-sitivi
(rubrica, messaggi, foto, filmati, documenti...) a causa di un non
meglio identificato problema nel sistema centralizzato di "cloud
storage" gestito dal provider T-Mobile. A seguito del fatto i gestori
del sistema sono stati oggetto non solo di aspre critiche ma anche di
dure azioni legali da parte degli utenti, esasperati dal fatto che
fosse fallito proprio quel servizio di backup centralizzato che in
teoria avrebbe dovuto garantire esattamente la sopravvivenza dei
contenuti critici dei loro dispositivi anche a seguito della rottura
dei dispositivi stessi.
La percezione della sicurezza Ricordiamo anche come in passato siano già accaduti fatti di ben più
ampia portata, anche se fortunatamente risolti senza perdita di dati,
che dovrebbero far riflettere su quanto sia critica la disponibilità
dei servizi on-line da cui tutti dipendiamo sempre più strettamente. Il
31 gennaio 2009 ad esempio il mondo intero rimase col fiato sospeso per
circa un'ora in occasione dell'incredibile blocco del motore di ricerca
di Google dovuto ad errore umano di configurazione, mentre il 24
febbraio la stessa sorte toccò a Gmail che rese inaccessibili le
proprie caselle di posta per alcune ore. Non a caso un recente studio di Evans
Data Corporation sui pregi e difetti attribuiti dagli addetti ai lavori
alle offerte commerciali di vari grandi player in ambito "cloud
computing" pone come fattore critico proprio la percezione della
sicurezza. È interessante da questo punto di vista notare come tale
studio ponga l'offerta di Microsoft (denominata Azure) agli ultimi
posti della classifica proprio per la minore sicurezza percepita in
termini di affidabilità e downtime, fattori ovviamente critici in
un'infrastruttura che deve fun-zionare sempre senza problemi.
Fidarsi è bene...
Le cose peggiorano se passiamo ad occuparci dei problemi connessi alla
lealtà degli operatori. È chiaro che qui si corre il rischio di farsi
prendere la mano dalla paranoia, tuttavia non è del tutto illegittimo
interrogarsi sul livello di onestà intellettuale di coloro che
intendono custodire nei propri server i dati critici di migliaia o
milioni di utenti di tutto il mondo. È noto, ad esempio, che in anni
recenti l'Unione Europea ha formalmente contestato agli Stati Uniti
l'utilizzo improprio del sistema di intercettazione Echelon che, nato
per prevenire il terrorismo internazionale, è stato invece usato per
ottenere vantaggi competitivi per le aziende americane praticando un
vero e proprio spionaggio industriale nei confronti delle industrie
europee. È altresì risaputo che Google consente ufficiosamente alle
agenzie di intelligence americane di sottoporre a raffinate analisi di
data mining le query ricevute dal proprio motore di ricerca, per
estrarre informazioni utili alla "sicurezza nazionale". È facile
immaginare a questo punto che a qualcuno potrebbe far gola svolgere
un'analisi di tipo business intelligence sui contenuti dei milioni di
mailbox ospitate da Gmail, per non parlare dei documenti aziendali
ospitati da applicazioni remote quali Google Docs. In nome della lotta al terrorismo,
beninteso... salvo poi fare come accaduto con Echelon, e tentare di
ricavare da tali analisi vantaggi ben più immediati e tangibili...
Cloud sì, ma con giudizio
Nel momento in cui i servizi "in the cloud" venissero utilizzati su
larga scala per gestire business critici, dunque, il problema della
fiducia verso i gestori della nuvola meriterebbe qualche serena ma
seria riflessione. A proposito, avete mai letto le condizioni d'uso di
questi servizi online? In molti casi l'utente, per accettare di
usufruire del servizio, deve esplicitamente acconsentire a trasferire
almeno in parte al gestore la proprietà dei suoi dati, con buona pace
della privacy... Insomma, "nuvola è bello" ma con giudizio. Prima di
affidare i propri dati alla Rete, senza alcun controllo, occorre
valutare la situazione e decidere consapevolmente se accettare gli
inevitabili rischi a fronte degli indiscutibili vantaggi. La cosa
peggiore da fare è non pensare agli eventuali problemi che potrebbero
verificarsi, ed alle possibili conseguenze. L'informatica è quella
disciplina dove l'impossibile accade regolarmente: non andiamoci a
cercare guai laddove non ce ne sia strettamente bisogno...