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Destinatario e lettore
Pubblicato in Scrittura professionale da Giovanni Acerboni
Non so quanto abbiamo riflettuto negli ultimi tempi sul valore dei concetti di 'destinatario' e di 'lettore'. Da molto tempo pensiamo che il destinatario sia colui al quale inviamo l'informazione e ci preoccupiamo di identificarlo cercando di 'metterci nei suoi panni'. Quando ci occupiamo del lettore, invece, cerchiamo di capire come interpreta il testo (ad es. Eco). Queste due impostazioni diciamo tradizionali mi pare che restino valide, ma solo nel senso che il destinatario è oggetto della riflessione dell'autore, mentre il lettore è oggetto della riflessione di chi analizza la comunicazione tra l'autore e il suo destinatario. Lasciamo perdere l'analista e il concetto di lettore valido per lui. Per quanto riguarda l'autore, mi pare che, da quel che leggo, vedo e sento, tra 'destinatario' e 'lettore' non si facciano grandi differenze. In altri termini, 'destinatario' e 'lettore' vengono usati sostanzialmente come sinonimi.
Consideriamo espressioni frequenti come le seguenti:
"A tutti gli interessati"
"A tutto il personale"
"Tutta la cittadinanza è invitata"
"Avviso per l'utenza"
"Avviso importante"

In queste espressioni, è evidente che la distinzione tra destinatario e lettore non sia stata operata. L'autore invia a tutti, considerando lettori tutti i destinatari.
Chi non ha mai avuto l'esperienza di leggere un testo indirizzatogli con queste modalità e di aver compreso, durante la lettura o al termine, che poteva non leggerlo, alzi la mano.

Nella società dell'ingorgo informativo, mi pare che sia necessario che anche l'autore si preoccupi della distinzione tra destinatario e lettore. Ma non nel senso che l'autore deve analizzare come il lettore abbia interpretato il testo (questa operazione è sempre valida e gli autori la possono anzi la dovrebbero compiere), bensì nel senso di operare una distinzione, in quanto autore (non in quanto analista dell'efficacia del suo testo), tra i destinatari, che sono coloro ai quali l'autore invia, e i lettori, che sono coloro che leggono. E non è affatto detto che tutti i destinatari leggano, anzi.

Mi sembrerebbe dunque di poter dire che sia necessario introdurre una nuova definizione di 'destinatario' e di 'lettore', una definizione valida per chi scrive, di modo che il concetto di lettore sia utilizzato dall'autore in quanto autore.

Come fa l'autore a distinguere tra i destinatari e i lettori? Come può sapere chi - poniamo - tra i mille dipendenti della sua organizzazione sia anche lettore del testo che, per varie ragione, deve inviare a tutti? Se potesse saperlo, invierebbe quel testo solo a loro. In realtà, fatte molte eccezioni, non può saperlo. Anzi, dico io, non deve nemmeno preoccuparsi di saperlo. Perderebbe tempo e commetterebbe sia pure in buonissima fede parecchi errori.
Infatti, per quanto rifletta sulle mille caratteristiche che rendono lettori alcuni dei suoi mille destinatari del suo testo e che rendono altri destinatari non lettori, l'autore non ce la potrebbe fare, sia per una inevitabile insufficienza delle sue conoscenze sui destinatari, sia soprattutto perché, così riflettendo, non uscirebbe dal suo personale punto di vista sull'argomento, sulla sua importanza e sulle caratteristiche dei destinatari.

Una chiave convincente mi pare che risieda nel lasciare decidere al destinatario se diventare lettore. Il destinatario, per decidere se diventare lettore, non deve leggere il testo, ma solo alcuni suoi elementi che lo mettano con sicurezza nella condizione di decidere se leggerlo o no.

Con sicurezza. Tutti coloro che hanno letto un testo e hanno compreso poi che potevano risparmiarsi di farlo devono, ripeto, devono concludere di non essere stati messi nelle condizioni di decidere con sicurezza.

Il fatto è che lasciare decidere al destinatario se diventare lettore non è facile e qualche volta non è nemmeno nelle intenzioni dell'autore (ma lasciamo perdere questo caso, perché è meno rilevante nella scrittura professionale). Non è facile perché l'autore tende (inevitabilmente e direi umanamente) ad attribuire rilevanza alle informazioni in modo soggettivo e a volte persino assoluto.

"Avviso urgente": l'urgenza è assoluta, vale per tutti. Salvo che per me, che lo vengo a sapere dopo aver letto l'avviso.

L'autoreferenzialità dell'autore, cioè il suo punto di vista sul valore delle informazioni, è esattamente quello che fuorvia il destinatario e lo fa diventare lettore anche quando non deve diventarlo.

Il danno è immenso, perché questo modo di fare conduce dritto dritto alla sfiducia del lettore nei confronti dell'autore (Grice), sicché il lettore non legge più, nemmeno quello che potrebbe interessarlo. Chiude il canale, anche quando non può farlo (per esempio con i testi della pubblica amministrazione).

Il rifiuto del lettore a leggere induce spesso gli autori ad alzare il volume delle proprie comunicazioni, in ciò confortati da pessimi consigli quali "cattura l'attenzione del lettore". Ma è come dare la caccia ai buoi quando sono già scappati dalla stalla o stanno per farlo, alla prossima occasione. Gli puoi promettere meraviglie, puoi anche agitare il bastone e la carota, o solo la carota. Ciò che aumenta è il chiasso, non la fiducia del lettore, che anzi diminuisce, in modo inversamente proporzionale alla quantità di testi che lo vogliono catturare.

Luigi Einaudi, quando il figlio Giulio iniziava a parlargli del comunismo, batteva il bastone per terra, per dire che di quell'argomento non intendeva parlare, che era già il momento di cambiare discorso. Nel mio piccolo, l'altro giorno, per la prima volta e con un lieve senso di colpa, ho semplicemente risposto "No, grazie, non mi interessa" alla signora di un call center prima ancora che mi dicesse che cosa voleva vendermi (si trattava di telefonia, ad ogni modo). Tutti noi abbiamo già chiuso molti canali, prima ancora di sapere quale sia la comunicazione che ci viene inviata.

Quando il canale è chiuso, è chiuso. Hai voglia ad alzare il volume. Se il canale sta per chiudersi, ma non è ancora chiuso, occhio ad alzare il volume. Tutti gridano. E non è più vero che chi grida pussè la vacca l'è soa (chi grida di più, la vacca è sua), come dicevano una volta al mercato di Monza.

Cosa dunque deve e può fare l'autore? La chiave è riconoscere alle informazioni un valore oggettivo e lasciare decidere al destinatario se diventare lettore in base a quelle. Per esempio, è possibile definire in modo oggettivo quali informazioni siano discriminanti per il destinatario (Bruni). Non posso qui approfondire. Ma uno strumento in mano agli autori è una semplicissima domanda: chi, tra coloro ai quali devo inviarlo, non deve leggere il testo?

Questa domanda costringe l'autore a uscire dalla propria autereferenzialità, anche se - lo ammetto - l'autore deve forzare se stesso, cioè deve vincere la propria naturale tendenza a considerare importante per tutti il proprio messaggio. Questa domanda costringe l'autore a rintracciare, tra tutte le cose che dice, quelle che sono discriminanti per il destinatario in modo da fargli comprendere con sicurezza se diventare lettore oppure no.





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Tag: Autore  destinatario  Francesco Bruni  gestione informazioni  informazioni discriminanti  lettore  Umberto Eco
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