Ieri, il Ministro delle Infrastrutture Roberto Castelli ha partecipato all'inaugurazione del Polo della Cinematografia Lombarda (ma quanti poli ci sono in Italia?) e ha detto (cito dal Corriere della Sera): "Che sia un bergamasco, che sia un altoatesino o un tedesco - spiega
Castelli riferendosi alle produzioni cinematografiche e televisive -,
comunque parlano tutti in romanesco. È una cosa insopportabile. Dà
fastidio, non tanto per una questione localistica o campanilistica, ma
è chiaro - precisa - che il linguaggio è parte essenziale dei
personaggi". Naturalmente, vi sono stati subito parecchi commenti, pro e contro. Aggiungo una considerazione, che parte dalla premessa che tra gli elementi che favoriscono l'immedesimazione del pubblico nello spettacolo (che sia teatro, cinema o televisione) vi è la lingua. Quando assistiamo a uno spettacolo in un'altra lingua, persino in una lingua che non conosciamo, facciamo più fatica, ma possiamo godercelo ugualmente, perché vi sono altri codici, oltre a quello linguistico. Lo stesso, anche se in misura minore, accade quando assistiamo a uno spettacolo in dialetto. Per un napoletano è molto più facile che per un milanese immedesimarsi in Eduardo, così come, al contrario, per un milanese è più facile immedesimarsi in Piero Mazzarella (attore veramente straordinario, al di là della mediocrità delle commedie che recita abitualmente). Una delle grandi ragioni del successo del teatro in dialetto, persino del teatro dei dilettanti, è proprio l'immedesimazione che favorisce in chi quel dialetto lo capisce. In un paese come il nostro, con la storia che ha e di conseguenza con la storia linguistica che ha, non è possibile che tutti i cittadini si immedesimino allo stesso modo in un qualsiasi spettacolo. Infatti, anche quando lo spettacolo è in lingua italiana, le inflessioni degli attori si sentono, per quanti sforzi facciano alle scuole di dizione per riuscire a pronunciare un italiano non connotato regionalmente (queste scuole sono molto frequentate anche dai politici e dai giornalisti televisivi. A proposito: confrontate l'edizione nazionale di un telegiornale con le edizioni locali e ditemi se non si sente la scuola di dizione che i telegiornalisti nazionali hanno frequentato). Non vi è poi dubbio che, proprio a causa della localizzazione romana del cinema e della televisione, l'inflessione romana è divenuta prevalente, non vorrei dire che è divenuta la pronuncia standard dell'italiano, ma certamente quella non è più il fiorentino. La questione è complessa, ma per stare in argomento, direi che Castelli pone un problema reale di cultura dello spettacolo. La questione, poi, se un personaggio debba pronunciare un italiano connotato secondo la regione o la provincia o addirittura la città di provenienza, oppure un italiano diverso, quella è una questione di regia, cioè del senso dello spettacolo. Qui sì che si può parlare di funzione politica dello spettacolo. Per aggiungere un argomento di riflessione che credo neutro, ricordo solo due casi, milanesi entrambi (ma ce ne sono a dozzine in tutte le nostre regioni): Porta e Manzoni. Il primo fece parlare ai suoi personaggi la loro lingua, il secondo no. Credo che nessuno si sogni di dire che uno aveva ragione e l'altro torto. Si tratta di due operazioni del tutto differenti, che avevano scopi diversi. Quel che si può giudicare è il risultato artistico, e credo che nessuno si sogni di dire che Porta e Manzoni siano artisti di mediocre livello. Le considerazioni politiche, le lascio ad altri, con una debole speranza: che qualcuno riesca a infilarci dentro qualche cenno alla storia della nostra lingua, senza il quale (cenno) le considerazioni politiche si ancorerebbero solo a se stesse.