Che chi scrive sia pagato da chi lo legge, è vero ma non sempre e solo da quando esiste il sistema industriale e un pubblico vasto, cioè grosso modo dalla metà del Settecento. Dante faceva l'ambasciatore mentre Goldoni viveva delle proprie commedie e il suo rivale Gozzi anche della sua attività giornalistica.
È il lettore di letteratura, giornali, saggistica, insomma dei testi
d'autore, che decide di acquistarli e di dedicarvi del tempo. Le sue
motivazioni possono essere diverse, ma tutte riconducibili ad attività
facoltative: chi non legge quei testi non è soggetto ad alcuna
sanzione, non corre alcun rischio. Spende liberamente il suo denaro e
il suo tempo (per amor di precisione, andrà notato che l'editoria a
stampa - libri e giornali - gode anche di contributi pubblici, il che
ci permette di dire che i suoi costi sono sopportati anche da chi non
legge. Ma lasciamo andare).
Se, dunque, in buona sostanza (stavo per dire 'in soldoni'), chi scrive
testi d'autore sopravvive se vende abbastanza, chi paga chi scrive un
testo professionale? Occorre fare molte distinzioni, perché 'testo
professionale' non è che dica tutto, anzi. Limitiamoci, almeno per il
momento, ai testi che hanno una rilevanza organizzativa (come le
circolari interne di una pubblica amministrazione o di una banca).
Chi scrive circolari interne non è pagato da chi legge (ci mancherebbe
altro - direbbe quel lettore) ma dall'organizzazione per la quale
scrive. Però, il costo, cioè il valore di quelle informazioni non è
solo dato dallo stipendio, anzi. A differenza dei testi d'autore, che
si possono tranquillamente ignorare o leggere in vacanza, le circolari
interne devono essere lette, e lette durante la giornata lavorativa, e
dunque costano all'organizzazione anche il cosiddetto tempo/uomo di chi
le legge. C'è dunque un corto circuito editoriale: chi investe per la
produzione di informazioni investe anche per la loro fruizione (sarebbe
un po' come se un giornale pagasse anche il lettore). Poiché nessuno è
pazzo, è evidente che questo costo rientra, o dovrebbe rientrare, in
termini di miglior funzionamento della macchina, di migliori relazioni
tra le persone e così via. Se consideriamo che nella pubblica
amministrazione ci sono tre milioni di dipendenti, e ipotizziamo che
passino un minuto a leggere circolari, il costo sociale
dell'investimento per l'ottimale funzionamento di questa macchina
sarebbe di circa tre milioni di euro al giorno, attribuendo alla buona
un euro al minuto per il costo del lavoro pubblico. Se i minuti fossero
due, i calcoli li lascio al lettore, e glieli lascio anche nel caso in
cui i minuti fossero tre o cinquanta. Ho fatto l'esempio della pubblica
amministrazione, ma lo stesso vale per una grande azienda (dove forse i
costi al minuto sono superiori).
Il costo dell'informazione è dunque una delle voci del costo del buon
funzionamento organizzativo. È evidente, dunque, che una buona
informazione produce un effetto che compensa il suo costo. Le
organizzazioni hanno abbattuto questo costo, per esempio, ricorrendo ai
canali digitali, che fanno risparmiare carta e francobolli, e che sono
più veloci. Ma il tempo/uomo dipende in minima misura dal fatto che uno
legga un foglio stampato o a video. Il tempo/uomo è un costo legato
alle capacità umane di decodificare e interpretare i testi. Oltre un
certo limite, non si può scendere. I fattori critici per la riduzione
di questo tempo non sono poi molti. Il primo fattore è la quantità di
testi da leggere, il secondo è la qualità di ognuno di questi testi.
Più sono i testi e peggiore è la loro qualità, più aumenta il tempo di
gestione e di lettura, più costa il buon funzionamento
dell'organizzazione. Ma il rischio vero non è solo la lievitazione del
costo, è proprio il funzionamento, perché se chi deve leggere riceve
troppi testi di cattiva qualità potrebbe anche giungere
all'esasperazione, smettere di leggere e dunque operare in modi
scorretti, producendo all'organizzazione un danno non misurabile
economicamente in termini di costo tempo/uomo. Scenari di questo tipo
ve ne sono parecchi. Ma lasciamoli stare (magari ne parlo in un altro
post), e restiamo al caso in cui un lettore legge troppe cose di
cattiva qualità, ma insomma le legge. Le legge, ma non le capisce del
tutto o sospetta di non averle capite, dunque telefona per farsele
spiegare, per farsi rassicurare. Quanto costa una telefonata? Un minuto
di telefonata costa qualche centesimo in bolletta, ma costa due euro di
tempo/uomo. Lascio al lettore di calcolare, sia pure per
approssimazione, quanto sia grande la differenza tra il costo della
bolletta e il costo reale della telefonata di chiarimento.
Tuttavia, telefonate di chiarimenti o no, l'incomprensione di un testo
è un fattore negativo, soprattutto se è un evento sistematico,
ricorrente: in questi casi, genera frustrazione, disorientamento,
sfiducia. Il lettore tende cioè a mettere in discussione e poi anche a
rompere quello che Grice chiama il patto di cooperazione: non si fida
dell'autore, chiude il canale, non legge più (tutti noi mettiamo in
atto questa strategia, per esempio nei confronti di uno scrittore del
quale abbiamo letto una o due opere che non ci sono piaciute per
niente. Io, se volete saperlo, detesto Petrarca e non sarei disposto a
leggere un suo inedito, nel caso in cui qualcuno lo trovasse).
Le organizzazioni, soprattutto quelle nelle quali la comunicazione è
una funzione importante, hanno capito, stanno comprendendo che i danni
che la comunicazione può produrre sono enormi, che la società della
comunicazione non è solo immagine, è sostanza, e che la sostanza va
gestita bene, altrimenti fa male, molto male. A mio parere le
organizzazioni stanno pagando caro:
• l'adozione di sistemi di gestione digitale dell'informazione
(intranet, sito ecc.) progettati senza tener conto dei tipi di testo e
dei contenuti (la ragion informatica non ben temperata dalla ragion
comunicativa);
• un sistema editoriale interno poco razionale e non condiviso, nel quale ognuno può fare, inventare ecc. quello che vuole;
• una cultura aggressiva della comunicazione, cioè una cultura
orientata a valorizzare il testo e non il (lavoro del) destinatario
(del quale, appunto, si vuole "catturare l'attenzione"); o, al
contrario, una cultura acritica della comunicazione, cioè una cultura
che pregiudica buona la comunicazione come si è sempre fatta.
Nei casi nei quali la comunicazione costa troppo rispetto alla qualità
del funzionamento della macchina, servono a poco interventi
superficiali, occasionali, parziali, che puntano più a sviluppare le competenze di
alcune persone che non a condividere il più ampiamente possibile un progetto di cambiamento che si fondi su un'idea precisa di che cosa si vuole
cambiare per ottenere che cosa.