Una ricerca NextValue sulle soluzioni tecnologiche partecipative rileva il grande interesse e fermento anche nelle grandi aziende italiane. Tra lo scetticismo degli IT manager
Il vezzo di aggettivare un concetto col suffisso 2.0 continua a fare vittime. Lo stesso Alfredo Gatti, managing partner di NextValue, società di consulenza e ricerche sul mercato IT che spesso collabora con Assintel (l'associazione delle società IT aderenti a ConfCommercio), riconosce l'equivoco di fondo di tale vezzo. Ma ci casca anche lui quando, con l'Osservatorio 2.0, una indagine tra 100 grandi aziende italiane, cerca di sondare che cosa se ne pensano della "Enterprise 2.0" i Cio (29% di coloro che hanno risposto), i direttori commerciali (27%), i manager di business unit (28%) e i Ceo e Coo, ossia i responsabili amministrativi e operativi dell'azienda (16%).
Che cos'è la Enterprise 2.0?
"Non c'è una definizione unanime riconosciuta", ammette Gatti, "infatti i manager intervistati dividono il proprio parere su tre principali concetti: Enterprise 2.0 significa utilizzare tecnologie Web 2.0 (19%), utilizzare tecnologie che abilitano la collaborazione e la formazione di community (16%), usare le piattaforme emergenti di social networking in ambito aziendale (14%). Insomma tecnologie e prassi nuove condotte al rango di applicazioni enterprise".
Che cosa ha trovato, dunque, Gatti nella sua indagine (i cui risultati sono stati comunicati a Milano lo scorso 14 novembre) anche in confronto con analoga survey del 2007? Che solo un 3% delle imprese intervistate sta adottando in modo esteso soluzioni E2.0; il 15% lo fa in ambiti circoscritti, il 17% è in fase di prototipazione in singole aree, il 41% deve ancora capire da dove partire; solo il 24% non ha nessun progetto specifico. "Solo un quarto, insomma, non ci ha ancora fatto un pensierino sopra". Ovviamente Portali, Web Services, Web Content Management sono tecnologie diffuse in azienda da più tempo ma anche con motivazioni diverse rispetto a un disegno E2.0. Le tecnologie più specifiche come RSS, Mashup, Wiki, Blog, Podcast, Social Bookmarking, Social ranking and voting non sono ancora diffuse al punto da aver indotto l'effetto virale che essi generano.
Solo un quarto dei manager è scettico
"Ciò che merita segnalare è che il 9% dei manager sentiti dice che l'E2.0 è indispensabile per raggiungere gli obiettivi di business, il 34% dice che è molto significativo, il 30% dice che è di media importanza. Insomma, i giudizi comunque positivi sono la netta maggioranza e gli scettici o contrari assommano solo al 27%". Su che cosa, però, concordano? Quanto sono chiari e condivisi i concetti di E2.0? "Sebbene la materia sia dai più considerata così importante ai fini aziendali, ben il 39% delle organizzazioni dichiara di averne solo intuito le potenzialità e un 31% ammette di non avere affatto le idee chiare in merito".
Ciò che, dunque, fa tenere ancora tirato il freno a mano è che mancano casi di successo, numeri che indichino con chiarezza la convenienza, il vantaggio che strategie di E2.0 possono portare. Intanto quel 30% che sostiene di aver capito bene o compreso il valore dell'Enterprise 2.0 si aspetta che incida sul miglioramento del fatturato e sui margini e/o a ridurre i costi aziendali. Infatti chi pensa ai fatturati crescenti, il 46%, ritiene che possa servire ad acquisire nuovi clienti; il 27% a migliorare il servizio verso i clienti; il 19% pensa che il vantaggio venga dal time to market; il 17% che è utile al marketing/pubblicità/PR, eccetera. Anche coloro che pensano soprattutto alla riduzione dei costi, danno grande enfasi alla relazione coi clienti: con l'E2.0 il servizio clienti costa meno e migliora (43%) oltre che essere utile al marketing (24%). "L'aspettativa è di sostituire quasi del tutto il marketing attuale, proprio grazie agli strumenti di interazione e di comunicazione multimediale che sono di gran lunga più efficaci delle modalità tradizionali", aggiunge Gatti.
Affidatevi ai giovani e copiateli
Si, ma come fare se non ci sono best practices da copiare e utili confronti? Se non c'è una scienza esatta dell'Enterprise 1.0 figurarsi per la 2.0. E qui soccorre la saggezza di Tim O'Reilly che s'è inventato il Web 2.0 e le successive parentele. Gatti lo cita: "Assumete qualche giovane. Date ascolto a quelli che avete in azienda e imparate da loro". E dalla ricerca di Nextvalue un dato balza all'occhio: solo il 21% dei Chief information officer, i detentori del potere IT, sono sponsor delle iniziative Enterprise 2.0. I veri motori della "nuova impresa" sono per il 44% i manager di unità di business o di funzione e per il 29% è direttamente l'alta direzione. Ciò che frena, infatti, è proprio la mancanza di esperienze (51%), di cultura aziendale (47%), il Return on investment non convincente (39%), la considerazione che le tecnologie non siano ancora mature o siano troppo innovative (39%) e il fatto che queste tecnologie mettono a repentaglio la sicurezza dei dati aziendali (36%).
Le avanguardie da copiare
Nel convegno milanese nel quale sono stati presentati i risultati della ricerca NextValue, sono stati illustrati anche alcuni esempi di casi aziendali di "socializzazione". WeBank, per esempio, ha ripercorso il lungo iter che ha portato a costituire addirittura una "RadioWeBank" che dialoga con i clienti; BTicino ha usato soluzioni di condivisione della conoscenza per costituire una comunità dei funzionari tecnici commerciali; in Citroen Italia, poi, gli strumenti di social network sono stati usati dapprima per formare i rivenditori e ricambisti e poi favorirne lo sviluppo come community; infine piccola società veneta Lago, produttrice di mobili e arredo, che oltre al blogging per dialogare con i clienti ha innestato, dal basso, le tecnologie web negli ambiti amministrativi e organizzativi.