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nofollow: un indirizzo da non seguire
Pubblicato in Net & Dev da Redazione GO! ONLINE Internet Magazine
L'attributo nofollow fa la sua comparsa nel linguaggio HTML nel gennaio 2005, su iniziativa di Google, che ne incentiva l'impiego per vagliare i link in uscita da una pagina Web.

L'attributo rel="nofollow" è infatti seguito dall'indirizzo URL da discriminare. In sostanza, come la traduzione stessa indica (not follow letteralmente vuol dire "non seguire"), Google sa che non deve muoversi verso quel link, e si comporta come se si trovasse di fronte a semplice testo. L'utilizzo di tale attributo rende innocuo lo spam, anche se non lo elimina completamente. Chi vorrà lasciare in un blog un commento contenente link di ritorno lo potrà fare in piena libertà. Di solito, però, chi inserisce un link di ritorno ha buona conoscenza del funzionamento del Web e dei meccanismi alla base del ranking costruito da un motore di ricerca. Pertanto, in genere, gli basta analizzare il codice della pagina per decidere di evitarne l'uso.

LE MOSSE DEL W3C
Oggi,molte piattaforme supportano di default tale l'attributo nofollow, sebbene il W3C non lo abbia ancora ufficialmente ratificato, ma non dovrebbe mancare ancora molto a tale data. Si parla, infatti, sempre con maggiore insistenza, di un suo inserimento all'interno della versione 5 del linguaggio HTML. C'è addirittura un paragrafo ad esso dedicato nel documento di bozza a cui sta lavorando il W3C. Leggendolo si evince che l'attributo può essere usato con i tag A e AREA. Ad esempio nel codice . Inoltre, se ne consiglia l'impiego quando il link non è sponsorizzato dall'autore o dall'editore della pagina che lo accoglie.

PRO E CONTRO
La parola fine alla diatriba che contrappone favorevoli all'uso e contrari, non è stata ancora detta. Chi si schiera contro l'impiego di nofollow parte dalla premessa che i link impattano fortemente sulle graduatorie dei siti proposti dai motori di ricerca. Ridurre lo spam sui blog aveva lo scopo di rendere migliore il ranking dei siti linkati, nel nome del commentatore e del commento. Ebbene, obiettivo fallito. Gli amministratori di blog sanno che nofollow non ha soddisfatto le attese. Lo spam passa in ogni caso ed i link legittimi non hanno valore. Allora meglio togliere nofollow dal codice della pagina Web. I moderatori provvederanno a leggere autonomamente i commenti e ad adottare sistemi antispam alternativi. In sintesi, i quattro motivi sostenuti da chi depreca l'utilizzo dell'attributo sono:
1) nofollow azzera il valore dei link, il vero fondamento dell'ipertesto e del Web;
2) il Web libero da nofollow permette ai commenti validi di essere premiati con link;
3) creare link per risorse esterne di qualità e degne di attenzione è un plus;
4) nofollow incentiva la ricezione di commenti attraverso la contropartita di un link: un sicuro vantaggio per chi commenta e per chi è commentato.


Il Centro Webmaster offre informazioni sulle modalità con cui Google esegue la scansione e l'indicizzazione di siti

Dall'altra parte della barricata, tra i fautori dell'uso di nofollow, c'è Matt Cutts, guru di Google per l'ottimizzazione dei motori di ricerca, che ha trattato ampiamente il tema dell'impiego di nofollow nel suo sito. Con il trascorrere del tempo la sua attenzione si è spostata dalla prevenzione di spam nei blog, all'evitare la vendita di link che originano page rank. Secondo Cutts, grazie all'uso del nofollow il webmaster può gestire il trasferimento di page rank in base all'atomicità dei link. Inoltre è un attributo mirato e dal contesto applicativo ristretto. Più in generale, a livello di pagina si può prevedere il meta tag nofollow.

<html>

<head>

<title> Il titolo della pagina </title>

<meta name="keywords" content="parola1, parola2, parola3, parola4">

<meta name="description" content="Breve descrizione della pagina">

<meta name="robots" content="noindex, nofollow">

</head>

<body> Il contenuto della pagina Web </body>

</html>

 

Il meta tag <META NAME="robots" CONTENT="noindex, nofollow">, ad esempio, indica ai motori di ricerca di non indicizzare la pagina in cui è inserito (noindex) e di non proseguire la navigazione nei link in esso contenuti. Non è supportato da tutti i motori. Altre due valide motivazioni a sostegno dell'attributo nofollow sono che Google, comunque, non segue i link anche se il documento di destinazione può essere raggiunto attraverso strade alternative e che nei commenti di un blog, o per i link che i navigatori possono inserire in un sito, il nofollow funge da deterrente verso gli spammer. È infatti verosimile ritenere che uno spammer preferisca siti o blog che non usano nofollow piuttosto che uno che li adotta.

ROBOTS.TXT: L'ALTERNATIVA
Come alternativa a nofollow si può realizzare un file robots. txt, peraltro decisamente più complicato. Il file robots.txt contiene dei record, ognuno dei quali si compone di due campi: User-agent e Disallow. Il campo Useragent indica a quale robot/spider sono rivolte le direttive successive. Il campo Disallow specifica a quali file e/o directory non può accedere lo spider indicato da Useragent. Un esempio di record è il seguente: r-agent: googlebot Disallow: /home.html Disallow: /musica/
Tale record dice a Google ("googlebot" è lo spider di Google) che non gli è consentito scaricare il file home.html dalla directory principale né accedere alla cartella musica. Cutts ha anche illustrato con maggiore dettaglio la strategia di Google nei confronti dei link nofollow. Per Google, innanzitutto, comprare e vendere link è una violazione delle proprie linee guida. Ma anche gli altri motori di ricerca non sono favorevoli a tali comportamenti. La compravendita di link, infatti, può comportare una riduzione di page rank (visibile mediante Google toolbar). La reintegrazione passa attraverso specifica richiesta al Webmaster Central, il centro che concentra tutte le informazioni sulle modalità con cui Google perfeziona la scansione e l'indicizzazione dei siti Web e, ovviamente, soltanto come conseguenza della rimozione o inibizione dei link che passano page rank. Il colosso di Mountain View, inoltre, ha cancellato gli annunci AdSense - il software proprietario con cui si possono aumentare gli introiti pubblicitari da ogni documento che compone un sito Web - contenenti la dicitura "buy page rank" (letteralmente: compra page rank) ed è intenzionata ad eliminarne altri similari. AdSense pubblica annunci, testo e immagini, attinenti al contenuto del sito.

Il sito dell'agenzia di viaggi Expedia utilizza l'attributo nofollow per molte sezioni

Inserendo un'area di ricerca Google nel sito, AdSense propone annunci riguardanti i risultati prodotti dalla ricerca effettuata dagli utenti. La qualità del suo indice è protetto da Google con diverse soluzioni, a prescindere da come operano i gestori dei siti Web: togliendo al sito la possibilità di passare page rank, abbassando il page rank visualizzato sulla Google toolbar, rimuovendo dall'indice i documenti e i siti che producono spam, eliminando molti siti MFA (Made of AdSense). Lo stesso Cutts si sta adoperando per ridurre il numero dei publisher AdSense di scarsa qualità. Ciò provocherebbe per il motore, a breve termine, meno entrate ma, per il futuro, utenti più fedeli. Google, infine, permette di adoperare i link a pagamento per ricavare traffico, ma devono utilizzare l'attributo rel="nofollow". Anche per i banner pubblicitari si consiglia di usare l'attributo per non fare passare page rank.

2 Commenti | Permalink | Trackback
Tag: back end  nofollow
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Commenti
giangi
Giovedì 19 Marzo 17:15

L'articolo è molto interessante....ma voi come vi siete posizionati poi nei confronti del noffolow??

Hotel Ischia
Venerdì 17 Aprile 22:40

Grazie del vostro articolo. Sono finalmente riuscito a inserire correttamente il tag.
Grazia a tutti

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